Nell’arco della prossima legislatura occorrerà costruire un nuovo patto tra i livelli di governo della Repubblica, fondato su un binomio inscindibile: vera autonomia in cambio di vera responsabilità. Un binomio che invece è mancato in questi venticinque anni di federalismo incompleto e confuso.

Le province devono diventare le “case dei comuni”, enti di secondo livello a cui vanno assicurate le risorse necessarie per l’esercizio delle funzioni essenziali rimaste e un adeguato livello di autonomia finanziaria e tributaria. Dovranno diventare centri di servizi per i comuni, a partire dal ruolo di centrale unica di committenza, di autorità di regolamentazione locale per sistema idrico, rifiuti e gas, ma anche di soggetti che coordinano la partecipazione a bandi regionali, nazionali ed europei.

Sui comuni, durante i nostri governi, ci sono stati passi avanti importanti. È stato archiviato il Patto di stabilità interno, sostituito da una nuova e più flessibile regola del pareggio. È stato consentito l’utilizzo pieno degli avanzi impegnati e di circa 1 miliardo di avanzi liberi. Sono arrivati importanti flussi di investimento statale per le nostre periferie (2,1 miliardi di risorse, che ne hanno messe in circolo altrettanti) e per l’edilizia scolastica (circa 10 miliardi stanziati negli ultimi tre anni, di cui la metà già assegnati agli enti locali).

Si è interrotta la stagione dei tagli alla spesa corrente e dei ritardi nell’approvazione dei bilanci. Sono state abolite tasse locali per 4,6 miliardi e ai comuni è stato restituito tutto fino all’ultimo centesimo.

Dopo anni di blocco, si è riportato il turnover al 100% per la maggior parte degli enti. Sono stati triplicati gli incentivi alle fusioni dei comuni, il cui numero per la prima volta dopo 60 anni è sceso sotto quota 8 mila, favorendo semplificazione, riduzione dei costi e aumento del livello di servizi. Allo stesso tempo, la legge sui piccoli comuni ha fornito le risorse per gli investimenti necessari a evitare lo spopolamento dei piccoli borghi.

I comuni vanno rafforzati, incentivandoli ad aggregarsi in ambiti territoriali omogenei (non più sulla base del solo criterio demografico), da individuare provincia per provincia. Gli ambiti dovranno obbligatoriamente diventare luoghi di collaborazione tra comuni tramite unioni comunali che esercitino in forma associata almeno tre funzioni.

Il passaggio alla fusione rimarrà volontario e soggetto a deliberazione dei consigli comunali e a referendum dei cittadini. E la politica di sostegno agli investimenti fatta in questi anni ha bisogno del suo “ultimo miglio”: possibilità piena di utilizzo degli avanzi di amministrazione per investimenti per comuni e province, parziale per le regioni.

Le città metropolitane, infine. In cui vivono 22 milioni di persone, e si concentra il 40% della ricchezza prodotta a livello nazionale, il 50% delle start up innovative e delle università, il 50% dei brevetti registrati, l’80% del consumo culturale e più di un terzo delle presenze turistiche nazionali. In questi loro primi anni di vita, hanno avuto difficoltà di natura economica e gestionale e sono state percepite come lontane dalle esigenze e dai bisogni dei cittadini.

Per rilanciarle è necessario favorire la creazione di forum che riuniscano i rappresentanti delle parti sociali, economiche e culturali, da consultare sugli orientamenti strategici, sul modello delle città metropolitane francesi. E bisogna prevedere una fiscalità propria che potrebbe essere legata all’esercizio della funzione della mobilità.