All’inizio della scorsa legislatura la giustizia italiana era in piena emergenza: il conflitto tra magistratura e politica generava fibrillazioni continue nel sistema, il sistema penitenziario raggiungeva il record di detenuti (70 mila) con un tasso di sovraffollamento che toccava punte del 200%, la giustizia civile nel 2013 registrava 5,2 milioni di affari pendenti, quella penale era al collasso e sul fronte del contrasto ai crimini di maggior rilevanza l’Italia aveva accomunato numerosi ritardi nel recepimento delle direttive europee.

In questi anni non c’è ambito della giustizia italiana che non sia stato coinvolto dall’azione di riforma. Il bilancio della giustizia, per più di un decennio progressivamente impoverito di risorse, è cresciuto costantemente.

Abbiamo varato un piano straordinario di assunzioni, bandito il primo concorso dopo 20 anni e avviato la riqualificazione del personale. Grazie alla stagione di riforme in materia penitenziaria, sono aumentati i posti disponibili e il tasso di sovraffollamento, anche grazie alla maggiore diffusione delle misure alternative al carcere, è sceso al 114%.

Ma è nell’ambito della giustizia civile che si sono registrati i progressi più importanti: a fine 2017 gli affari pendenti presso i tribunali italiani sono 3,6 milioni, il 40% in meno, i tempi per la definizione sono passati da 547 a 360 giorni e, per la prima volta dopo anni, dal 2015 è iniziato a scendere il debito per gli indennizzi per eccessiva durata dei processi.

Abbiamo investito nell’informatizzazione: siamo l’unico paese d’Europa ad aver digitalizzato integralmente il processo civile. È stato reso più snello il processo penale, riscrivendo i meccanismi di impugnazione, riformando la prescrizione e la disciplina delle intercettazioni. La legge anticorruzione e i nuovi poteri dell’Anac, infine, hanno costruito il pilastro della prevenzione che mancava all’Italia.

Senza dimenticare l’introduzione dei reati ambientali, di caporalato e di autoriciclaggio e la reintroduzione del falso in bilancio.

Anche in materia giudiziaria l’orizzonte è l’Europa: l’Italia in questi anni è stata protagonista esercitando un ruolo importante nella nascita della nuova Procura europea.

Ora occorre rafforzare i poteri di questa nuova creatura, ampliando il suo raggio di intervento al terrorismo.

Nella prossima legislatura bisognerà completare l’opera riformatrice. Il riordino del Csm costituisce il necessario coronamento del lavoro fatto: bisogna superare le rigidità del suo sistema d’elezione e distinguere meglio la funzione disciplinare dalla funzione di nomina dei capi degli uffici, in ottica meritocratica.

Sono necessari poi un regime disciplinare uniforme per tutte le magistrature e una riforma del percorso di accesso, tornando al concorso di primo livello. In materia civile va implementato il lavoro di rafforzamento dei metodi alternativi di risoluzione delle controversie, ampliando gli ambiti che possono essere devoluti a soggetti diversi dal giudice e rafforzando la funzione conciliativa di quest’ultimo.

In materia penale va rafforzato, sostenuto e monitorato il percorso di attuazione della riforma. Sarà necessario proseguire con l’opera di riduzione dell’area di intervento del diritto penale e rendere sempre più conveniente l’utilizzo dei riti alternativi.

Nei prossimi anni bisognerà adeguare anche l’ambito penale alla sfida della digitalizzazione, già avviata e che arriverà nel biennio 2019-20 al punto di svolta del processo penale telematico. La piena attuazione della riforma dell’ordinamento penitenziario, poi, con percorsi di esecuzione della pena individualizzati e il ricorso alle misure alternative alla detenzione, attraverso formazione e lavoro, devono costituire la bussola anche nella prossima legislatura.

Occorre arrestare la deriva securitaria: nella crisi dello Stato sociale abbiamo ceduto verso lo Stato penale. La sinistra italiana deve tornare a svolgere il suo compito. Perché l’affermazione della dignità umana è l’argine più efficace contro la violenza.

La lotta alle mafie, infine, non è compito di una sola parte politica, ma la funzione del Partito Democratico è di rilanciarne l’azione con una battaglia culturale e politica per la legalità e lo sviluppo.

Negli Stati generali della lotta alle mafie è stata delineata la strategia da mettere in campo nei prossimi anni: rafforzare le istituzioni, costruire meccanismi sempre più efficaci per prevenire le infiltrazioni e individuare le zone grigie e i “reati spia”.