Usare la leva fiscale per favorire l’innovazione, la ricerca, la riconversione tecnologica e la trasformazione ecologica del nostro tessuto produttivo e industriale, riducendo la pressione fiscale su chi crea valore aggiunto: sono state queste le stelle polari della nostra azione sul fisco nella legislatura appena trascorsa. Missione compiuta: l’economia è ripartita e la pressione fiscale è scesa di tre punti in quattro anni.

Ma non basta. Il fisco deve essere parte di un più complessivo piano industriale per il Paese. Nei prossimi anni le economie avanzate dovranno raccogliere la sfida di una tumultuosa innovazione tecnologica che mette in discussione i vecchi modelli produttivi, l’organizzazione del lavoro e del nostro sistema di welfare.

Se l’Italia non saprà essere all’altezza di questa sfida potremmo dover assorbire un secondo shock sistemico come quello vissuto nella prima fase della globalizzazione. Dobbiamo governare il cambiamento.

Nella prossima legislatura:

    • completeremo la riduzione della pressione fiscale sulle imprese, grandi e piccole, portando l’aliquota Ires al 22% (l’abbiamo già portata dal 27,5% al 24%) e assicurando alle imprese individuali un’uguale tassazione attraverso l’introduzione dell’Iri con aliquota al 22%;
    • aumenteremo la deducibilità dell’Imu pagata sugli immobili da imprese, commercianti, artigiani e professionisti;

<li>rafforzeremo il Piano Impresa 4.0 rendendo stabile e strutturale il credito di imposta alla ricerca e sviluppo, prevedendo una riduzione graduale dell’iper ammortamento per poi introdurre strutturalmente un’accelerazione della deducibilità fiscale degli investimenti produttivi (chi investe sul futuro deve poter dedurre più velocemente i costi).

La creazione di posti di lavoro stabili e di qualità passa attraverso uno sforzo di riqualificazione competitiva del nostro tessuto produttivo. Innovazione, investimenti, sostenibilità ambientale sono le chiavi per creare sviluppo.

Nonostante la ripresa, rimane ancora molto da fare per migliorare la competitività e la produttività, qualificando crescita e occupazione. Il rapporto tra esportazioni e Pil rimane inferiore di circa 20 punti rispetto a quello tedesco.

La produzione industriale deve ancora recuperare almeno 15 punti percentuali. La globalizzazione e la quarta rivoluzione industriale sono sfide di enorme portata, di fronte alle quali il sistema produttivo italiano si presenta con una parte (circa il 20%) di imprese in salute e fortemente competitive sui mercati globali e una parte che sta facendo invece fatica a stare al passo.

Occorre una politica industriale in grado di aiutare le imprese a collocarsi nella prima categoria, ampliando il bacino delle nostre realtà competitive con effetti moltiplicativi su indotto ed economia dei servizi. Promuovendo al contempo con strumenti mirati il rilancio e la riconversione di quelle realtà che rimangono indietro, come stiamo facendo anche in settori in cui si pensava che l’Italia non potesse più essere competitiva, come nel caso dell’Alcoa in Sardegna.

Nel recupero del gap di export, produzione e investimenti, per non parlare di una migliore messa a frutto del nostro turismo e patrimonio culturale, e nell’innovazione verde sta tutto il nostro enorme potenziale di crescita.

A tal fine, creeremo anche un fondo di re-industrializzazione per assorbire gli shock della globalizzazione e del progresso tecnologico, razionalizzando i fondi esistenti che il Ministero dello sviluppo economico sta facendo uscire da una logica “a bandi” e chiedendo anche una partecipazione alle imprese. Un fondo unico che accompagni imprese e lavoratori colpiti da un difficile sforzo di riconversione.