Colmare il divario tra Nord e Sud e garantire uguali opportunità ai cittadini delle diverse aree del Paese è la condizione per una ripresa duratura dello sviluppo. Il Mezzogiorno è il luogo dove attivare il potenziale di crescita inespresso e accelerare la ripresa: ce lo insegna la storia d’Italia, ce lo suggerisce l’attualità.

Il Sud è uscito finalmente dalla crisi, la più lunga del dopoguerra. Come certificano i rapporti Svimez, nel 2016 per il secondo anno consecutivo la sua economia ha fatto registrare un tasso di crescita maggiore rispetto a quello del Centro-Nord, con buone prospettive che i primi dati disponibili confermano per il 2017 e che nelle previsioni si prospettano anche per il 2018.

Il mercato del lavoro ha registrato segnali di ripresa che hanno consentito di recuperare negli ultimi tre anni 300.000 posti di lavoro. Investimenti, produzione industriale ed esportazioni crescono a tassi significativi, seppure con dinamiche regionali differenziate.

Indicatori positivi che sono il segno della vivacità di imprese e lavoratori, ma anche il frutto delle politiche avviate dai nostri governi. Politiche che hanno configurato una strategia coerente per ricostruire e allargare la base produttiva: dagli investimenti pubblici in infrastrutture, ambiente e cultura contenuti nei Patti per il Sud – oltre un terzo degli interventi sono già in esecuzione (8,8 miliardi di euro) o in corso di affidamento (5,2 miliardi) – fino al credito d’imposta per i nuovi investimenti (4 miliardi di investimenti generati nel 2017), dal sostegno all’imprenditorialità giovanile (“Resto al Sud”) e innovativa ai grandi contratti di sviluppo, dal prolungamento degli sgravi contributivi per le nuove assunzioni all’istituzione delle Zone economiche speciali nelle principali realtà portuali e retroportuali.

Quest’ultimo è uno strumento che, attraverso le facilitazioni fiscali e le semplificazioni amministrative, può raggiungere risultati importanti per attrarre investimenti, consolidare il tessuto produttivo e favorire l’internazionalizzazione, anche sfruttando le opportunità fornite dalla “Nuova Via della Seta”.

Senza dimenticare strumenti come Impresa 4.0 e la leva energetica, opportunità straordinarie per il rilancio del manifatturiero. Certo, le ferite della Grande Recessione non si possono dire sanate: il gap di prodotto e occupazione rispetto al resto del Paese e dell’Europa resta ancora ampio e il lavoro è sì ripartito ma resta distante dai livelli, già non soddisfacenti, degli anni pre-crisi.

Sono purtroppo ancora elevati i divari sociali, generazionali e di genere, di sapere, cittadinanza e opportunità. La ripresa non è ancora in grado di rispondere a tutte le domande di un’emergenza sociale che resta allarmante.

Tuttavia, la dinamica positiva degli ultimi anni testimonia che l’opera di rilancio che abbiamo avviato sta dando risultati: cresce la capacità degli investimenti pubblici di generare reddito e occupazione. Ecco perché dobbiamo impegnarci a cogliere fino in fondo le opportunità dei fondi UE 2014-2020 e accelerare l’esecuzione degli interventi previsti nei Patti per il Sud, anche attuando la clausola per il riequilibrio territoriale della spesa pubblica ordinaria in conto capitale, che deve garantire al Sud il 34% degli investimenti pubblici complessivi.

Una clausola che consentirà alle risorse della coesione di essere realmente addizionali e aggiuntive, così da innescare una dinamica duratura di convergenza.

Che cosa serve al Mezzogiorno perché base produttiva e occupazione continuino a crescere a ritmi compatibili con l’obiettivo di ridurre i divari e fronteggiare i problemi sociali? Serve ciò che serve all’Italia intera ma con alcune specificazioni: più intensità e più attenzione alle condizioni di contesto.

Più intensità vuol dire, per esempio, riconoscere il peso maggiore delle diseconomie di questo territorio, anche sociali, che richiedono una declinazione specifica in termini di interventi e politiche. Vuol dire allocare risorse pubbliche in misura prevalente per il Sud come avviene per i Contratti di sviluppo.

Vuol dire prevedere riserve e addizionalità per gli strumenti di politica industriale nazionale (come Impresa 4.0), poiché per ragioni strutturali le imprese del Sud hanno in partenza svantaggi che ne rendono più complesso l’accesso. Vuol dire modulare le politiche pubbliche generali tenendo conto degli effetti differenziati nei territori, ad esempio per scuola e università.

Il principale nemico del Sud resta l’assistenzialismo e la suggestione di politiche che non risolleverebbero affatto le condizioni di quest’area nel cuore del Mediterraneo, strategica per il Paese e l’Europa.

Occorrono maggiore qualità, trasparenza ed efficacia della Pubblica amministrazione; un sistema giudiziario più veloce ed efficiente; un miglioramento degli standard dell’istruzione e della sanità; un rafforzamento della rete infrastrutturale, dagli aeroporti alle ferrovie, dalle strade alla intermodalità; un investimento sull’accesso alle nuove tecnologie; un welfare in grado di sostenere l’occupazione femminile; politiche del lavoro calibrate per arrestare l’emigrazione dei giovani e favorire il reinserimento di chi non lavora; un piano per arginare lo spopolamento delle aree interne.

Tutti settori in cui è fondamentale una declinazione delle politiche nazionali in azioni specifiche per il Sud. Molte misure di carattere sociale, come il reddito d’inclusione, hanno una forte rilevanza per il Mezzogiorno. È questo che serve al Sud: politiche che puntino al rafforzamento del capitale umano.

Dagli asili nido al tempo pieno nelle scuole, dal contrasto alla povertà educativa al diritto allo studio, fino alla formazione più avanzata. E ancora investimenti in innovazione e ricerca. Il tutto in un quadro di promozione e tutela della legalità, per sconfiggere le mafie e la corruzione.

Nelle principali leve di rilancio dell’Italia, il Sud è la grande opportunità del Paese con le sue potenzialità e i suoi vantaggi competitivi: l’agroalimentare, cui ridare slancio con strumenti come la banca delle terre incolte, e la cultura, partendo da Matera capitale europea nel 2019 e dal Grande Progetto Pompei, due tra gli esempi più lampanti.

Da qui dobbiamo proseguire per rilanciare in via definitiva il Sud. E farlo in una prospettiva mediterranea. Prospettiva di cui finora abbiamo subito soltanto i contraccolpi negativi, lasciando ad altri i non pochi vantaggi che potrebbero discendere dalla nostra collocazione geografica. Mettere il Sud al centro di una strategia di sviluppo nazionale è il modo per riportare l’Italia a essere protagonista nel mondo.

In sintesi, per la prossima legislatura ci impegniamo lungo queste linee di intervento:

  • accelerazione e sviluppo degli interventi – infrastrutture, ambiente, attrattori culturali, contratti di sviluppo – predisposti nei Patti per il Sud;
  • intensificazione al Sud delle principali misure di politica industriale, in particolare le misure di Impresa 4.0, e attuazione delle Zone economiche speciali;
  • garanzia dell’effettiva addizionalità degli interventi della politica di coesione attraverso l’applicazione rigorosa della clausola del 34% per gli stanziamenti in conto capitale ordinario.

A queste si aggiungono naturalmente le ricadute positive sul Mezzogiorno che deriveranno dalle altre misure del programma, in particolare le misure per la crescita economica e per il rafforzamento del sistema di welfare, per il contrasto alla povertà educativa nelle aree marginali, per lo sviluppo dei servizi all’infanzia e dell’università al fine di ridurre i divari territoriali.