L’Unione Europea risente, dopo l’allargamento, di una situazione confusa, in cui l’integrazione europea sembra nemica delle democrazie nazionali. Il nostro europeismo non può consistere nella mera difesa di uno status quo alla lunga insostenibile.

I paesi che hanno in comune l’Euro non possono accontentarsi degli attuali livelli di integrazione: il bilancio europeo è insufficiente e non costituisce una leva adeguata per lo sviluppo comune; nelle istituzioni domina ancora troppo la logica intergovernativa rispetto alla capacità di rappresentare l’insieme dei cittadini europei.

Siamo quindi a favore dello sviluppo di un’Europa democratica e politica dotata di risorse adeguate e incentrata su istituzioni comuni, dove la logica federale del metodo comunitario sia chiaramente dominante su quella intergovernativa.

I paesi che non vogliono entrare nell’Euro preferendo un’integrazione minimale non possono pretendere di bloccare gli altri: se non vorranno procedere su questa strada si imporrà un’integrazione differenziata su più livelli all’interno dell’Unione, con lo sviluppo di una più profonda integrazione politica ed economica distinta dal mercato unico.

Serve più Europa. E serve più politica in Europa.

Se molti cittadini europei hanno smarrito fiducia nell’Europa è perché l’hanno trovata troppe volte immobile di fronte alle grandi sfide dell’oggi, ripiegata su un approccio prevalentemente tecnocratico. Incapace di andare avanti perché bloccata da troppi veti incrociati, da chi voleva bloccare tutto e tutti.

Per spezzare questo circolo vizioso dobbiamo avere coraggio e dire che chi vuole andare avanti in direzione di una maggiore integrazione deve poterlo fare. Si tratta di un patto politico: non vogliamo obbligare nessuno a procedere verso un’Unione sempre più politica ma non accettiamo neppure veti da nessuno.

Se vuole prosperare e continuare a rappresentare un progetto d’avvenire, l’Europa deve mostrare di poter fare la differenza nella vita quotidiana dei suoi cittadini.

Paradossalmente, dalla decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione – decisione che non condividiamo ma rispettiamo – possiamo trarre uno spunto per il rilancio del progetto democratico europeo. Chiediamo perciò che – come recentemente votato dal Parlamento europeo anche su impulso del Partito Democratico – una parte dei 73 seggi precedentemente assegnati alla Gran Bretagna vengano riassegnati a un collegio unico europeo, permettendo alle famiglie politiche europee di contendersi i seggi su base transnazionale.

L’idea di un collegio europeo si combina con quella di promuovere l’elezione del presidente della Commissione. I capilista delle liste transnazionali potrebbero essere i “candidati” delle famiglie politiche europee alla presidenza della Commissione già nelle elezioni del 2019. Potremmo anche unificare già ora, sempre senza modificare i trattati, le cariche di presidente della Commissione e di presidente del Consiglio europeo.

In prospettiva poi, modificando i trattati, la nostra proposta è che gli europei possano eleggere direttamente un Presidente unico della UE, evitando l’attuale frammentazione istituzionale e fornendo finalmente l’Unione di una figura di vertice immediatamente riconoscibile e responsabile.

Al tempo stesso, non possiamo rinunciare a difendere e promuovere con ancora più forza un nucleo fondamentale di valori, cui tutti gli stati membri devono conformarsi.

Lo stato di diritto e i diritti fondamentali sono la vera essenza dell’identità europea. Non è accettabile continuare a dare fondi europei a chi non rispetta i diritti fondamentali e non adempie ai propri obblighi di solidarietà in ambito di asilo e migrazione.

Non è accettabile che alcuni paesi siano europeisti quando si tratta di passare alla cassa dei fondi strutturali, e nazionalisti quando si parla di diritti e solidarietà. Per questo chiediamo che l’erogazione dei fondi UE sia condizionata al rispetto dello stato di diritto, dei diritti fondamentali e degli obblighi di solidarietà, come nel caso del ricollocamento dei richiedenti asilo.