La sfida principale che attende l’Unione Europea oggi si chiama Mediterraneo. Un mare d’Europa e non un problema italiano come qualcuno vorrebbe far credere. Il G7 di Taormina e la presenza italiana nel Consiglio di Sicurezza Onu hanno contribuito a riaffermare la priorità del Mediterraneo allargato.

Lo stesso vale per il nostro impegno a riaprire il negoziato politico in Libia, per l’azione multilaterale volta a fermare atroci tragedie come in Siria e per le nostre missioni militari, a partire dall’Iraq con il contributo alla sua libertà e alla sconfitta di Daesh.

Verso Sud e attraverso il Mediterraneo, l’Italia, insieme all’Europa, vivrà le sfide di questo secolo. Anche per includere nel suo progetto i Balcani e affermare principi di convivenza in Medio Oriente, pervaso da nuovi e vecchi conflitti. Allo stesso tempo, l’Italia deve continuare a essere in prima linea per far sì che l’Europa sia protagonista di pace, attiva nel dialogo politico con i maggiori protagonisti della scena mondiale.

È soprattutto verso l’Africa che si giocano le partite fondamentali per il futuro del nostro continente: la gestione, sicura e solidale, dei flussi migratori e la lotta al traffico di esseri umani.

Al contempo, se allarghiamo l’orizzonte, le sfide saranno legate all’energia, allo sviluppo sostenibile, ai commerci – anche per rispondere con una voce comune alle spinte neo-protezionistiche di Trump – e a una nuova partnership tra Europa e Africa.

Per questo il governo italiano, sotto impulso del PD, ha presentato il Migration Compact nel 2016 e tante di quelle proposte si stanno realizzando con la riduzione delle morti lungo la rotta mediterranea, grazie ad intese con i paesi d’origine e transito.

Siamo tra i primi contributori di questi progetti dal forte impatto umanitario e chiediamo di finanziarli anche con possibili strumenti innovativi come i bond UE-Africa.

Deve essere l’Europa a occuparsi del fenomeno migratorio. Il controllo delle frontiere ha senso se viene fatto a livello europeo, lavorando insieme per la gestione dei confini. Memore dei suoi valori e della sua storia, l’Europa ha il dovere di accogliere i rifugiati politici. Si tratta di un diritto internazionale che non deve trovare alcuna eccezione in Europa. Proprio qui entra in gioco l’Unione: superiamo gli accordi di Dublino – sciaguratamente approvati dal Governo Berlusconi – cioè il principio che i richiedenti asilo sono un problema del paese di primo sbarco. Costruiamo politiche comuni anche per l’immigrazione economica, a partire dall’introduzione di quote europee annuali di migranti economici da accettare.

Sulla difesa comune si giocherà un’altra partita cruciale nel processo di integrazione. Sulla scorta della dichiarazione di Roma, l’UE sta lavorando su nuove proposte che il Partito Democratico sostiene con forza. Un primo obiettivo è la creazione di un Fondo europeo della difesa che possa gradualmente portare all’istituzione di una guardia costiera e di frontiera comune, garantendo il buon funzionamento di Schengen.

Sarà fondamentale fissare il traguardo di un’intelligence europea, con l’istituzione di un procuratore unico che permetta di andare oltre la logica intergovernativa: la lotta al terrorismo passa da una maggiore integrazione delle strutture e dalla condivisione delle risorse disponibili.

Infine, la creazione del mercato unico della difesa: dalla revisione delle norme sugli appalti per le industrie del settore fino alla collaborazione sul tema della cybersecurity. Perché investire sulla difesa comune è un modo per ottenere risparmi sul bilancio nazionale e per garantire una risposta alle paure dei cittadini.

In tema di cooperazione l’Italia ha approvato una nuova legge, riorganizzando il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, aumentando le dotazioni finanziarie e istituendo l’Agenzia per la cooperazione. Non basta: il PD ritiene prioritario innalzare gradualmente il livello di contribuzione alla cooperazione per raggiungere lo 0,3% del Pil entro il 2020 e in prospettiva arrivare allo 0,7% come previsto dal vertice Onu del 2015.

Resta centrale, in questo contesto, assicurare una corretta attuazione dell’Agenda 2030 e degli obiettivi Onu di sviluppo sostenibile.