Il sistema previdenziale e pensionistico non è solo uno degli elementi centrali del welfare, è anche un importante fattore di solidarietà tra generazioni: i lavoratori di oggi finanziano le pensioni di oggi, nella prospettiva che i lavoratori di domani paghino le loro.

Per tutelare i giovani lavoratori che contribuiscono, dobbiamo preservare la stabilità finanziaria del sistema e al contempo dare delle garanzie sul loro futuro previdenziale, soprattutto per chi ha carriere lavorative saltuarie e precarie. Per i lavoratori anziani, toccati dall’innalzamento dell’età di pensionamento, dobbiamo prevedere un piano per l’invecchiamento attivo, che aiuti la loro permanenza nel mercato del lavoro a condizioni lavorative, economiche e sociali adeguate, ma che consenta anche forme di uscita flessibile.

L’innalzamento dell’età di pensionamento, per non produrre effetti negativi sulle condizioni di vita delle generazioni più anziane, deve essere accompagnato da politiche di miglioramento dell’organizzazione del lavoro, da nuove forme di flessibilità dell’orario di lavoro, da nuove possibilità di combinare part time e sostegni al reddito e pensione, dal cambiamento delle mansioni in coerenza con l’età, dalla possibilità di combinare esigenze di cura e attività lavorativa.

Di fronte a un lavoro che diventa più faticoso, l’unica via di uscita non è la fuga dal lavoro, ma laddove è possibile la capacità di rendere meno faticoso e più gratificante l’impegno lavorativo. Si tratta di introdurre forme di incentivi, regole sul lavoro e sulla sua organizzazione che consentano la permanenza a condizioni sociali, economiche e di salute adeguate. Vanno introdotti strumenti che contrastino la tendenza di una parte del sistema delle imprese a “disfarsi” di lavoratori anziani.

Sulla base del verbale d’intesa tra governo e sindacati del settembre 2016, i governi Renzi e Gentiloni hanno realizzato politiche a favore dell’equità intergenerazionale e hanno introdotto forme di uscita flessibile dal mercato del lavoro, creando di fatto un’inversione di tendenza rispetto agli interventi di mera stabilizzazione finanziaria degli ultimi anni.

Dopo la stagione dei tagli, si è finalmente tornati a investire risorse mirate sulla previdenza. Le riforme degli ultimi decenni hanno avuto il merito di garantire stabilità al sistema previdenziale, ma hanno reso più difficile per i lavoratori andare in pensione, aumentando l’età di pensionamento.

Queste modifiche hanno creato una domanda di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro da parte di chi, per motivi familiari, economici o di salute, non può o non vuole continuare a lavorare in tarda età. I nostri governi hanno introdotto l’Ape sociale e le misure per i lavoratori precoci per garantire l’uscita dal mercato del lavoro senza costi, con più di 3 anni di anticipo, per quei lavoratori che non sono in grado di continuare a lavorare, perché disoccupati, occupati in lavori gravosi, con difficoltà di salute o impegnati ad assistere parenti non autosufficienti.

Finora 22 mila lavoratori hanno usufruito dell’Ape sociale e 16 mila delle misure per i precoci: un primo passo, ma si tratta di platee da ampliare. Per coloro che scelgono di lasciare volontariamente il posto di lavoro, la transizione è consentita attraverso strumenti che hanno un costo, agevolato fiscalmente, come l’Ape volontaria, la Rendita integrativa temporanea (Rita), il cumulo dei contributi e opzione donna: misure, in alcuni casi, da attuare o rinnovare. Abbiamo realizzato anche politiche a favore dei pensionati, aumentando la no tax area ed estendendo la quattordicesima. E dei giovani attraverso il cumulo gratuito delle carriere contributive.

Non mancano, tuttavia, problematiche da affrontare nella prossima legislatura. È necessario superare le eccessive rigidità nella fase di pensionamento introdotte dalle ultime riforme (Maroni, Sacconi, Fornero), senza compromettere il quadro di stabilità finanziaria ottenuto, ma aumentando l’equità del sistema pensionistico.

Ecco le nostre priorità:

  • Pensione di garanzia per i giovani. Il sistema contributivo introdotto con la riforma Dini, interamente applicato a coloro che hanno iniziato a lavorare nel 1996, garantisce una maggiore equità intergenerazionale, poiché la pensione percepita è calcolata in funzione dei contributi pagati. Grazie a questo meccanismo di calcolo e all’aumento dell’età di pensionamento, il sistema contributivo determinerà in media pensioni pari al 70% dell’ultimo stipendio. Tuttavia, i lavoratori con retribuzioni basse e con carriere precarie e saltuarie rischiano di maturare pensioni inadeguate. Ovviamente, la soluzione più efficace consiste nel migliorare le condizioni di lavoro e di reddito durante la vita attiva. Tuttavia, è necessario uno strumento anche previdenziale che tuteli i lavoratori con carriere discontinue. Per questo proponiamo una pensione contributiva di garanzia, costituita da un livello di reddito pensionistico minimo di 750 euro mensili, garantito alle persone che sono interamente nel sistema contributivo al compimento dell’età di vecchiaia, grazie a un’integrazione a carico dello Stato. La pensione di garanzia è rivolta alle persone che non hanno i requisiti per ottenere, in base al calcolo contributivo, 750 euro mensili anche se hanno 20 anni di contributi. E cresce di 15 euro al mese per ogni anno di presenza sul mercato del lavoro successivo ai 20 anni di contributi, fino a raggiungere un massimo di 1.000 euro mensili.
  • Flessibilità in uscita. Vogliamo estendere gli interventi esistenti per creare un sistema di flessibilità in uscita incentrato su una pluralità di strumenti, che permetta a chi ha compiuto 63 anni di età e vuole anticipare l’uscita dal mercato del lavoro di ricevere risposte adeguate alle proprie esigenze. Molti strumenti per ottenere flessibilità in uscita sono già stati introdotti, ma devono ancora dispiegare i loro effetti. In questa ottica, è necessario rendere strutturali: l’Ape sociale, per i lavoratori in difficoltà; l’opzione donna (anche per chi ha meno di 63 anni, se ha raggiunto il requisito contributivo richiesto); le misure per i lavoratori usuranti e precoci (per chi ha 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età nagrafica); ma anche l’Ape volontaria e Rita, per consentire di utilizzare la previdenza integrativa. Allo stesso tempo è necessario allargare le platee dei beneficiari, per esempio permettendo a tutti i disoccupati che provengono da lavori a tempo determinato e a nuove categorie di lavoro gravoso, anche autonomo, di accedere all’Ape sociale. Il principio è semplice: chi, dopo 63 anni, vuole flessibilità per condizioni di bisogno riceverà un reddito ponte gratuito, chi la vuole per preferenze individuali dovrà sobbarcarsi parte dei costi.
  • Adeguamento dell’età pensionabile. Demografia e previdenza non possono essere slegate tra loro senza mettere a rischio la sostenibilità del sistema e le pensioni dei giovani. In seguito all’allungamento della speranza di vita, l’innalzamento dell’età pensionabile (o degli anni di contributi versati) è ineludibile per motivi di finanza pubblica. Le modalità di tale raccordo devono però tenere conto, come ha evidenziato l’Ocse nel suo rapporto del 2016, sia del mutare delle effettive condizioni socio-economiche sia delle specifiche condizioni personali e lavorative, legate soprattutto al diverso grado di usura. Vanno in questa direzione il verbale governo-sindacati del 2016 e l’apposita commissione tecnica coordinata da Istat e Inps che avrà il compito di produrre per l’autunno un rapporto utile a definire la fattibilità delle politiche più appropriate. Alla luce dei lavori di questa commissione ci impegniamo a dare piana attuazione al verbale del 2016.
  • Equità nei trattamenti. Va aumentata l’equità, riducendo drasticamente tutte le forme di privilegio ingiustificate nei trattamenti finanziati dallo Stato.
  • Previdenza integrativa e Casse previdenziali. Si avverte l’esigenza di un sistema rinnovato, più conveniente soprattutto per i lavoratori più giovani, con meno vincoli e che possa finanziare lo sviluppo degli investimenti in Italia. Occorre che la previdenza integrativa garantisca non solo la possibilità di una rendita da aggiungere alla pensione pubblica, ma anche, come prevede Rita, un’opportunità di reddito prima della pensione.