Dopo avere colmato nella legislatura appena terminata una lacuna storica del welfare italiano, quella del contrasto alla povertà, è arrivato il momento di affrontare altri bisogni sui quali l’Italia è ancora in ritardo: la cura delle persone non autosufficienti.

Negli altri paesi europei, negli ultimi due decenni, sono state introdotte nuove politiche per la non autosufficienza; noi abbiamo iniziato in modo sistematico solo negli ultimi anni. Le cose fatte dai governi a guida PD sono importanti: la legge sul Dopo di noi, il riconoscimento e il sostegno a chi si prende cura di un familiare malato o disabile (caregiver familiare), la previsione di un Piano nazionale per la non autosufficienza.

Su queste basi costruiremo una riforma più ampia, che dia a tutte le persone non autosufficienti e alle loro famiglie diritti, sostegno economico e certezze. Partendo dalla consapevolezza che, per le persone non-autosufficienti, l’assistenza da parte dei collaboratori familiari non è un lusso ma una necessità esistenziale al pari delle spese mediche, vogliamo rendere le politiche per la non autosufficienza un diritto di cittadinanza e l’indennità di accompagnamento un diritto soggettivo legato al bisogno di cura individuale.

Per questo, aumenteremo l’indennità in base ai bisogni effettivi delle persone, dando libertà di scelta tra un assegno di cura e un budget di cura, favorendo così il riconoscimento professionale e la regolarizzazione degli assistenti familiari. L’indennità aumenterà per tutti e arriverà a raddoppiare per i casi più gravi.

I finanziamenti aggiuntivi saranno reperiti attraverso un contributo specifico di 0,5% della retribuzione lorda. Il costo del lavoro delle imprese si ridurrà in ogni caso rispetto a oggi per via della riduzione di quattro punti del cuneo contributivo.

Si potrà così risolvere uno dei principali limiti dell’indennità di accompagnamento: il fatto che non è graduata in base alle condizioni del beneficiario. Per farlo, occorrerà definire in modo univoco condizioni e livelli di disabilità e non autosufficienza per l’accesso alle prestazioni, e introdurre sistemi uniformi di valutazione, basati sull’utilizzo di scale omogenee derivati dalla ricerca scientifica e validati dalla pratica internazionale.

Questi indicatori dovranno servire anche per calibrare la presa in carico della persona, che sarà coinvolta – direttamente o attraverso chi la rappresenta – nell’elaborazione del proprio piano di assistenza, anche nella prospettiva di costruire, per quanto possibile, percorsi di vita autonoma e indipendente. L’accesso, ovviamente, resterà universale e l’indennità dipenderà dalla gravità delle condizioni di non autosufficienza.

Tali condizioni potranno dare accesso anche a erogazioni una tantum per l’acquisto certificato di strumenti e attrezzature, calibrate in base alla categoria di bisogno (in aggiunta a quanto già previsto per gli ausili).

La nostra riforma interverrà così su un ulteriore limite dell’attuale indennità di accompagnamento, che è erogata soltanto in forma monetaria, come assegno di cura. Nella nostra proposta, invece, sulla parte aggiuntiva rispetto a quello che già oggi è presente, sarà possibile scegliere se ricevere l’indennità sotto forma monetaria o come budget di cura vincolato nel suo utilizzo ma di importo più elevato.

Il budget di cura è una somma utilizzabile soltanto per l’acquisto di servizi professionali accreditati o per l’impiego regolare di assistenti familiari certificati. Costruiremo così un mercato regolare e certificato di servizi alla persona e alle famiglie. E daremo la possibilità di ricevere un mix di trasferimenti e servizi diretti. Occorrerà poi prevedere e sostenere servizi di incontro fra domanda e offerta di servizi di assistenza certificati e di qualità, per evitare che le famiglie siano lasciate sole nella ricerca e nella scelta.

Sarà infine possibile l’integrazione fra l’indennità e le reti di offerta dei servizi a livello locale, nonché con ulteriori interventi introdotti da regioni e comuni. Nell’ampio quadro di questa riforma, sarà utilizzata anche la leva fiscale, così da tenere nella dovuta considerazione il maggiore costo della vita che le persone non autosufficienti si trovano a dover sostenere per affrontare i bisogni di assistenza quotidiana.

Prendersi cura delle persone con disabilità non vuol dire solo aumentare il sostegno economico e rafforzare i servizi, ma anche investire sulla loro autonomia, soprattutto nel caso delle nuove generazioni. Purtroppo il tasso di occupazione delle persone disabili in Italia è dovuto più alla legislazione sulle assunzioni obbligatorie che alla capacità di valorizzare le loro competenze.

Serve quindi una politica specifica sui giovani, in grado di consentire un impiego di qualità che accresca l’indipendenza economica delle persone con disabilità e rappresenti la loro migliore tutela contro il rischio povertà.

Come? Investendo in tutti i nuovi strumenti tecnologici e informatici che possono consentire non solo l’inserimento ma il potenziamento della partecipazione scolastica delle persone con disabilità e la valorizzazione del loro potenziale.

Costruendo una rete di servizi (con percorsi specifici nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro) che accompagnino le imprese e le persone disabili nel processo di inserimento lavorativo, in modo da individuare competenze e abilità. Dando vita a un piano di investimenti omogenei su tutto il territorio in tema di inclusione universitaria delle persone con disabilità (per esempio con borse di studio apposite, sgravi fiscali per le spese necessarie, supporto all’assistenza, accesso a tecnologie appropriate).